In Colombia Mario fu ucciso: le prove della verità nascosta

Mario Paciolla è stato suicidato. Sul corpo del ragazzo italiano morto il 15 luglio scorso in Colombia, a San Vicente del Caguan, dove lavorava come osservatore per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono stati trovati segni che fanno pensare a una
messinscena, come a simulare un gesto volontario. Sono stati fatti sparire dalla scena del delitto oggetti cruciali per la ricostruzione della verità. La casa è stata lavata con la candeggina poche ore prima che la polizia scientifica finisse di effettuare i rilievi. Mario aveva preparato la valigia, pronto a partire per l’Italia. Anzi, a scappare, perché aveva paura di restare in Colombia. Voleva tornare nella sua Napoli il prima possibile. Aveva comprato anche alcuni regali per i familiari che invece l’hanno visto tornare in una bara. Con i pacchetti chiusi nella valigia. «Mario non si è suicidato: è stato ucciso» dicono a Repubblica i genitori,
certi di non sbagliare. Le prime circostanze emerse sembrano confermare la loro certezza. Non a caso il fascicolo, aperto dalla procura di Roma, è finito sul tavolo dei carabinieri del Ros. Gli esperti di omicidi internazionali.

 

La fretta di andare via

 

Mario Paciolla aveva 33 anni. Dopo una laurea in Scienze politiche all’Orientale di Napoli, girava il mondo da anni: Giordania, India, Argentina, da due anni in Colombia con una missione Onu con un programma di reinserimento per gli ex guerriglieri
delle Farc. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, Mario aveva avuto nelle ultime settimane problemi sul lavoro. Era spaventato, impaurito. «Ti ricordi quando avevo battibeccato a scuola, per un’ingiustizia, con quel professore e poi mi ha bocciato? Ecco mi è successa la stessa cosa» aveva detto alla madre pochi giorni prima di morire. La sua missione sarebbe dovuta finire il 20 agosto, questione di settimane. Ma aveva fretta di rientrare. Dall’11 al 14 luglio Mario, ricostruiscono gli atti,
si è tenuto in contatto quotidianamente con i genitori, fatto considerato molto strano in quanto di solito avevano l’abitudine di scambiarsi video chiamate una volta ogni due o tre settimane. Aveva raccontato loro di aver avuto problemi con l’organizzazione
e di voler rientrare al più presto. Il 14 chiese e ottenne gli estremi di una carta di credito per comprare il biglietto aereo che lo avrebbe riportato a casa. Mario aveva già preparato la valigia. All’interno c’erano alcuni regali per amici e parenti che avrebbe consegnato loro una volta rientrato a Napoli. Al mattino del giorno 15 i genitori gli inviarono un ultimo messaggio con le raccomandazioni per il viaggio. Mario non lo ha mai letto.

 


La scena del delitto


Dalla sera del 14 Mario sparisce in un buco nero. L’ultima connessione Whatsapp risale alle 22.45, orario colombiano. La mattina dopo, così come d’accordi, vanno a casa sua per prenderlo e portarlo a Florentia, da dove poi si sarebbe dovuto muovere per Bogotà e Parigi. Mario non risponde al citofono. E nemmeno al telefono, raccontano i funzionari Onu. Entrano in casa grazie alle chiavi del proprietario che abitava nello stesso palazzo. Trovano Mario impiccato. Il primo a vederlo è il referente di Sicurezza della missione dell’Onu, Christian Thompson con il quale Mario aveva chattato fino alle dieci di sera del giorno precedente. Una circostanza non abituale perché Thompson non era un suo diretto superiore ma appunto l’incaricato
della sicurezza. Sul luogo del delitto c’era sangue e tutto sembrava in ordine. La Polizia viene chiamata da Thompson 30 minuti dopo l’ingresso in casa. «Quando siamo arrivati — dicono alcuni dei poliziotti — la porta era semiaperta, quindi la scena potrebbe essere stata contaminata». Sono i poliziotti a offrire anche altri particolari: Thompson dice che computer e cellulari appartenevano all’Onu e quindi non potevano essere portati via. E nonostante, dicono i poliziotti, gli fosse stato detto di non toccare nulla, nei giorni successivi porta via alcuni oggetti cruciali della scena del crimine. Che, poi racconterà, essere stati smaltiti in discarica e quindi non più disponibili. Il 17 luglio sempre Thompson torna a casa di Mario con due donne che puliscono tutta la casa con la candeggina e riconsegnano le chiavi al proprietario. Il giorno dopo arriva la Polizia per effettuare un sopralluogo. Ma ormai non c’era più niente. Non è chiaro se questa procedura fa parte dei protocolli Onu. Fatto sta che per non aver vigilato — come ha raccontato sull’Espectador la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque — quattro poliziotti sono stati indagati.

 


L’autopsia


Secondo i documenti colombiani, Mario è morto nella notte tra il 14 e il 15 luglio alle 2. Impiccato. Prima avrebbe provato a tagliarsi i polsi, come dimostrerebbero i segni sulle braccia. E il sangue ritrovato sul luogo del delitto. La procura di Roma
ha però disposto una seconda autopsia. Affidandola al professor Vittorio Fineschi, lo stesso medico legale che ha seguito i casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni. Anche il corpo di Mario ha raccontato molte cose. Al momento c’è il massimo riserbo, gli esiti arriveranno nelle prossime settimane. Ma qualcosa si può già dire: quei tagli sui polsi erano superficiali, tali da non poter causare la morte né, tantomeno, uno spargimento di sangue così importante come quello trovato a casa. Sembrano stati fatti appositamente, come per raccontare un tentativo di suicidio. I segni sul collo, che avrebbero causato la morte, non appaiono essere così importanti da essere la causa della morte. Elementi che fanno dire alla famiglia Paciolla — con l’avvocato Alessandra Ballerini, che sta seguendo il caso insieme con i colleghi Emanuela Motta e German Romero Sanchez — quello che i fatti, le omissioni, i depistaggi raccontano ogni giorno con più forza: Mario non si è ucciso. È stato suicidato.

I genitori “Nostro figlio aveva paura. Nel lavoro per l’Onu il segreto della morte”

LANGUE

«Mario era un ragazzo che amava la vita. La considerava sacra. Per questo non abbiamo mai creduto all’ipotesi del suicidio». Anna e Pino Paciolla sono i genitori di Mario. Giurano che non si arrenderanno fino alla verità. E una verità già la conoscono: Mario è stato assassinato.


Perché ne siete così convinti?
«Nostro figlio aveva lo sguardo trasparente, una grande voglia di vivere. Un uomo con la schiena dritta che non sarebbe mai sceso a compromessi. Non aveva mai manifestato periodi di pessimismo, anzi era una persona assolutamente ottimista. Anche negli ultimi giorni, quando ci aveva detto di essere molto preoccupato, quando c’era qualcosa che lo spaventava, continuava a fare progetti per il futuro».


Cosa chiedete ora?
«Devono spiegarci perché un ragazzo così è stato ucciso. Siamo certi che le risposte sono nel suo lavoro. Mio figlio da quattro mesi era in assoluto lockdown. Non aveva contatti sul territorio se non con i suoi colleghi e superiori dell’Onu».

 

Avete avuto collaborazione dall’Organizzazione?
«Con noi sono stati reticenti sin dal primo momento. Ci hanno comunicato la morte di Mario in maniera sbrigativa, dicendo che si era suicidato e chiedendoci se volevamo indietro la salma. Tutto in dieci secondi che ci hanno stravolto la vita. Ci sono tante cose che non capiamo: vorremmo sapere come mai, dopo cinque o forse sei ore dalla morte di un cittadino italiano, l’ambasciatore e il console non sapessero ancora nulla. Perchè non li hanno avvertiti subito?. Noi stessi, per pochissimi minuti, non abbiamo appreso la notizia sui social».

Come erano state le ultime telefonate con Mario?
«Ci aveva raccontato di aver avuto una discussione all’interno dell’organizzazione e che si era andato a mettere in un guaio. Gli abbiamo chiesto se avesse timori per la sua vita. Ci tranquillizzò, come sempre. Anche nei giorni successivi era preoccupato, ma pensavamo fosse un problema di tipo professionale. Ma mai ci era venuta l’idea che qualcuno pensasse di ucciderlo. È chiaro che a questo punto nessuno ci ridarà nostro figlio. Ma la nostra unica battaglia, adesso, è fugare tutte le ombre sulla sua morte. Dovranno dirci chi e perché lo ha ucciso».

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